Due e 70

14 Ottobre 2017

Uno studio su De Andrè

Dallo studio su De Andrè un monologo sulla precarietà.

Dallo studio de “Il testamento di Tito” di Fabrizio de André, con lo spettacolo “Due e 70”, Luna rossa ha portato in scena questo monologo in cui viene affrontato il tema della precarietà dell’esistenza e del rapporto autentico tra il bene e il male.

“Due e 70” è stato lo studio che ha dato il via al laboratorio: “Il teatro degli esclusi” nell’anno 2016/2017 alla fine del quale è nata la produzione “CV Generation”.

“Quassù tira un’ aria tutta nuova. Ho un po’ di freddo, ma non posso certo lamentarmi di questo. Guardatemi! Io, un ladro, un ignobile essere umano, muoio al fianco del figlio di Dio. Incredibile. Ma è così, la vita è così: quello che ho fatto non conta più niente, e davanti alla morte siamo tutti uguali. La scienza dice che facciamo tutto per una ragione, e la religione dice che tutto quello che facciamo è scritto; in questa logica nessuno di noi può dirsi colpevole o responsabile. Neanche io, e lo vedo da quassù. Sto vedendo le cose dall’ alto prima di finire sottoterra, come se crocifiggendomi avessero cercato di darmi una visione più ampia delle cose. (sognante) Quassù. E’ tutto un gioco di altezze, la vita.

Non è una gran prospettiva, intorno a me vedo soltanto erba, eppure la stessa erba che calpestavo quando fuggivo e che appariva così liquida ai miei occhi, oggi non si muove, e mi si presenta così eterogenea con le sue mille sfumature di verde. Dovevano appendermi a una croce per farmi riflettere, perchè non ho mai vissuto pensando troppo. Ma credo che nessuno possa affermare il contrario, come quelli che lavorano. Una volta ho lavorato, volevo essere come tutti gli altri, volevo avere i loro stessi pensieri, i loro sogni: se penso al tempo che ho sprecato prendendo ordini da qualcun altro mi sento più umano, perchè l’ uomo perde tempo, io no. Per questo ho paura che non morirò mai. Insomma qualcuno dovrebbe essersi accorto del fatto che sto parlando da solo su una croce, e che pur essendo stato trafitto non ho provato dolore. Io sono il Diavolo, e il Diavolo (quant’è vero Iddio) non muore. Orsù, minuscole creature umane, temetemi, evitatemi, adoratemi in segreto! Avete educato i vostri figli all’ onestà, all’ umiltà, all’ amore. E intanto i vostri figli – come voi, del resto – si avvicinavano a me. Chi l’ avrebbe mai detto che il diavolo sarebbe nato da qualche briciola di vanità? Il diavolo l’ avete inventato voi, io sono nato da voi e ho studiato il vostro linguaggio, i vostri rapporti di forza, e volete farmi morire come un ladro?

Io non ho rubato la vostra normalità, io ho rubato soldi per comprare le vostre anime.”

Andrea Lo Guzzo